La riflessione intorno al ruolo, e ai compiti, dei docenti universitari è oggi assai vivace. Fattori esogeni eterogenei la alimentano: la trasformazione della didattica e della ricerca ad opera delle tecnologie digitali, e in particolare dell’intelligenza artificiale; il cambiamento delle caratteristiche dei destinatari dell’insegnamento universitario; la moltiplicazione dei doveri del docente, ben oltre la didattica e la ricerca; la declinante considerazione sociale del professore universitario.
Tra i docenti vi è chi cavalca i mutamenti; chi tenta di resistervi; chi cerca di governarli o di sfruttarne gli aspetti positivi; chi li asseconda e si adegua; chi, disilluso, si limita a garantire l’impegno minimo dovuto e investe le proprie energie migliori in ulteriori attività, non necessariamente lavorative.
Orgoglio ed entusiasmo degli uni si mischia alla rassegnazione degli altri. Nuovi, piccoli, ma significativi, sintomi di una nuova auto-considerazione del proprio ruolo emergono da alcuni comportamenti dei docenti: istanze di pensionamento per “logoramento” prima dei fatidici 70 anni di età anagrafica; rivendicazioni para-sindacali riguardanti l’equilibrata distribuzione degli impegni gestionali, organizzativi, burocratici di Ateneo e di Dipartimento; richiesta di diritti tipici dell’impiegato pubblico (formalizzazione di ferie, presenze, riposi, momenti di disconnessione).
I due volumi di Stefano Bini, di cui si suggerisce la lettura, non indulgono nell’autocommiserazione e nella lamentela sterile. Consapevolmente, si collocano sul piano di un ambizioso, ma non per questo presuntuoso, “dover essere”: per l’Università contemporanea e per il docente indicano obiettivi improntati alla triade “qualità – etica – comunità”.
Al docente è richiesto di essere protagonista di un rilancio pieno e responsabile del proprio ruolo, senza rinunciare a coltivare le virtù di una didattica alimentata dalla ricerca ed anzi ampliando la propria azione verso le frontiere della terza missione.
Diversamente dalla tendenza contemporanea, l’approccio di Bini alle nuove sfide non implica un abbandono del metodo didattico tradizionale. L’A. ritine necessario trovare un equilibrio tra innovazione e tradizione. Cliniche legali, laboratori, esperimenti di didattica innovativa sono considerati modelli didattici aggiuntivi, e non sostitutivi, della lezione che Bini chiama “magistrale”.
La lettura dei libri di Stefano Bini darà soddisfazione, e anche conforto, a chi ancora ritiene che “formare, pensare, trasformare” siano i tre obiettivi dell’agire del docente universitario e che tali obiettivi debbano essere perseguiti con generosità e intelligenza anche nell’epoca contemporanea.